AGI 26-03-15

Papa: Svidercoschi, tante le analogie tra Francesco e Wojtyla

(AGI) - CdV, 26 mar. - Appena eletti, il 16 ottobre 1978 il primo e il
13 marzo 2013 il secondo, al momento di affacciarsi per benedire la
folla di piazza San Pietro, "tanto Wojtyla quanto Bergoglio si sono
presentati, non come il 'nuovo Papa', ma come il 'nuovo vescovo di
Roma'". Una scelta che si richiama al primo millennio della comunita'
cristiana" per ridare "nuovo slancio alla realizzazione della
collegialita' episcopale e nuove speranze al processo ecumenico per la
ricomposizione dell'unita' cristiana". Lo scrive Gianfranco
Svidercoschi, il principale biografo italiano di San Giovanni Paolo II,
che dedica ora un libro ai primi due anni del nuovo Pontificato. In "Un
Papa solo al comando", delle edizioni Tau, l'ex vicedirettore
dell'Osservatore Romano propone anche un'analisi "delle tante analogie e
somiglianze, tra i due Pontefici, i quali, per la loro stessa elezione,
hanno cambiato l'immagine della Chiesa, la sua storia".
  "Quando era stato lui ad affacciarsi al balcone della basilica, il
16 ottobre del 1978, Wojtyla aveva accanto un capo cerimoniere
(monsignor Virgilio Noe'), il quale, poiche' 'si era fatto sempre
cosi'', aveva cercato di impedirgli di parlare alla folla in piazza; e
alla fine, dopo che il nuovo Papa se ne era uscito con quel famoso 'Se
mi sbaglio, mi corigerete', si era permesso, secco, duro, autoritario,
di dirgli in un orecchio: 'E adesso, basta!'. Mentre Francesco, al
momento della vestizione, poco dopo essere stato eletto, poteva dire al
capo cerimoniere, stupefatto, se non inorridito, che non si sarebbe
messo la croce pettorale d'oro; avrebbe mantenuto la sua, di ferro".
  In realta', ragiona Svidercosci, "pur nella continuita' di fondo",
tra il 1978 e il 2013 va registrato "un radicale mutamento di scenario
tra i momenti in cui sono avvenute queste due elezioni". "Perche' -
ragiona l'autore - e' vero che Francesco ha trovato un terreno fertile,
un terreno in parte gia' arato e seminato; ma e' altrettanto vero che
non s'e' piu' scontrato con i condizionamenti, gli intralci, che
all'inizio avevano ostacolato la missione di Giovanni Paolo II, 'il
polacco', come qualcuno in Curia lo chiamava spregiativamente alle
spalle". (AGI)


Papa: Svidercoschi, "Vatileaks peso' molto sul Conclave"

(AGI) - CdV, 26 mar. - "La vicenda di Vatileaks, sviscerata da una
commissione, fatta oggetto di un voluminoso dossier, ma mai raccontata
per intero, neppure ai cardinali elettori, peso' duramente sulla
preparazione del Conclave". L'ex vice direttore dell'Osservatore Romano
Gianfranco Svidercoschi lo sostiene nel suo libro "Un Papa solo al
comando", che ricostruisce, per le edizioni Tau, anche i retroscena
dell'elezione di Papa Francesco. C'erano, ricorda l'autore, "un blocco
europeo che portava avanti la candidatura dell'arcivescovo di Milano,
Angelo Scola, e un altro, contrapposto, nato negli ambienti curiali, che
proponeva il brasiliano Odilo Scherer. E tuttavia, man mano che andava
avanti il serrato confronto, diventava sempre piu' chiaro che i due
maggiori papabili avevano scarse probabilita': Scola perche' il fronte
italiano era inesorabilmente diviso, e Scherer per la cattiva
impressione lasciata dalla sua difesa della Curia romana".
Per Svidercoschi, "fu a quel punto che alcuni dei sostenitori della
linea della discontinuita', per primo, il cardinale O'Malley, con dietro
l'intero gruppo statunitense, e poi il brasiliano Hummes, l'honduregno
Rodriguez Maradiaga, il cileno Errazuriz, cominciarono a guardarsi
intorno. E, nella loro ricerca, i rappresentanti dell'area americana si
incrociarono con alcuni porporati europei, come i tedeschi Walter Kasper
e Karl Lehmann, l'inglese Murphy O'Connor e l'austriaco Christoph
Schonborn, i quali condividevano le stesse attese, e stavano conducendo
una analoga esplorazione tra i membri del Collegio cardinalizio".
   "Tutti erano d'accordo - scrive Svidercoschi che dimentica di
citare il grande protagonista del pre Conclave, cioe' l'arciprete di
Santa Maria Maggiore, Santos y Abril, ed anche l'emerito di Bruxelles,
Dannels, e l'allora protodiacono, Tauran, che ebbero un ruolo non
secondario - nel ritenere che ci volesse un uomo estraneo ai conflitti
postconciliari e, piu' ancora, agli scandali curiali, ai giochi di
potere, alle cordate dell'una e dell'altra parte. Un uomo di fede,
saggio, aperto, capace di promuovere un profondo rinnovamento nella
Chiesa, anzitutto sul piano spirituale, ecclesiale, e su quello
strutturale, istituzionale. E, per trovare un uomo cosi', da un lato si
mantenne fermo il proposito di sceglierlo nel continente
latino-americano (per gli Usa c'era sempre il rischio di fraintendimenti
politici), dall'altro invece non si tenne piu' conto dei paletti - entro
i settant'anni - che si erano fissati per l'eta'. Cosi', fu abbastanza
facile arrivare a puntare l'attenzione su Jorge Mario Bergoglio,
arcivescovo di Buenos Aires. Anche perche' era gia' stato in corsa nel
precedente Conclave.
   "Il 7 marzo - ricostruisce Svidercoschi - alla Congregazione
generale, arrivo' il suo turno. Non parlo' a lungo, ma nell'intervento
mise dentro tutta l'esperienza (e la sapienza) pastorale che aveva
accumulato sia nel periodo dell'episcopato a Buenos Aires sia in quella
grande scuola di evangelizzazione che era stata Aparecida". Secondo
l'autore, "quell'intervento sorprese e conquisto' un po' tutti. Molti vi
ritrovarono le loro idee, le loro aspirazioni di riforma, di
discontinuita'. Altri scoprirono quell'arcivescovo, cominciarono a
considerarlo come un buon candidato". Certo e' che "da qualche frase, da
quelle mezze occhiate, Bergoglio si accorse improvvisamente di essere
oggetto di un crescente interesse". Tanto che "domenica 10 marzo -
scrive ancora l'ex vicedirettore dell'Osservatore Romano che non cita
pero' nessuna fonte - passando per piazza Navona, il cardinale di Buenos
Aires incontro' un conoscente e quando quello gli chiese se fosse
nervoso, lui si lascio' scappare: 'Un pochino, non so cosa i miei
fratelli cardinali mi stiano preparando'". "C'e' - ammette in proposito
Svidercoschi - anche una versione un po' diversa di questo colloquio,
oppure si tratta di un altro colloquio", in ogni caso, secondo questa
ricorstruzione, quando "l'interlocutore gli domando' se fosse sereno,
Bergoglio rispose: 'Sereno, serenissimo. Anche se mi sa che qualche
amico cardinale voglia combinarmi un bello scherzo'". "Secondo quanto si
racconta - conclude Svidercoschi - uno o piu' porporati gli avrebbero
chiesto se, nel caso lo avessero votato, si sarebbe tirato indietro. E
Bergoglio, prendendo comunque la cosa sul ridere, avrebbe risposto che
si sarebbe sentito obbligato, naturalmente, ad accettare". (AGI)