Recensione della Dott.ssa Debora Ribeca, Psicologa

Questo è un libro che potrebbe avere vari usi: può essere, ad esempio, una guida turistica per chi sceglie la Colombia come meta per un proprio viaggio (mi hanno intrigato le descrizioni dei mercatini, delle gustose bibite o delle invitanti macedonie di frutta). Potrebbe essere un distrattore dallo stress quotidiano, (mi sono divertita nella lettura delle dis-avventure che gli autori vivono nella loro casa di Bogotà). Sicuramente è il racconto emozionante di una famiglia in formazione. Un libro che va diritto al cuore del lettore che non può non commuoversi con il diario di bordo di questa navicella.
Avendo avuto la fortuna di leggerlo voglio condividere con voi alcune riflessioni che, partendo dal titolo, mi hanno fatto chiedere: come si fa a capire quando la navicella/famiglia è entrata in orbita? Anzi, quali sono i requisiti che una navicella deve avere per poter entrare in orbita?
Gli elementi imprescindibili per la costruzione della navicella, per il carburante che la alimenta, per la spinta che la fa sollevare e per la sua stabilizzazione in orbita li possiamo ritrovare in quattro passaggi del libro aventi lo stesso filo conduttore ed in grado di rispondere alla nostra domanda. Questi elementi sono il noi, l’accoglienza dell’altro, l’amore e la semplicità delle cose.
Senza il noi non c’è coppia, non ci può essere famiglia e quindi non ci sarebbe una navicella. Sia che si parli di famiglia adottiva che di famiglia naturale è importante che ci sia il noi, inteso come unità, come unione. Molto spesso, purtroppo, nella nostra società si è portati a parlare sempre più al singolare, ci si concentra solo su se stessi e questo impedisce alle parti di una navicella di saldarsi tra di loro. Christian e Michela, invece, nel loro diario fanno emergere questo forte collante. Se prendiamo l’episodio dell’uso della carta igienica in un bagno colombiano ad una prima lettura viene da ridere. Io stessa mi sono immaginata la medesima scena vissuta con la mia famiglia, ma con conseguenze sicuramente più catastrofiche dato l’uso spropositato che soprattutto io ed i miei figli facciamo di carta igienica… (Quando leggerete il libro capirete…). E’ molto bello, invece, leggere in questo episodio la sequenza che porta al noi. Alla domanda “Cosa è successo?” i passaggi sono: “E’ colpa tua. Perché è colpa mia? Ok è colpa nostra. Dove abbiamo sbagliato?” Quando si verifica un problema è facile cadere nell’accusa dell’altro, incolpandolo. Utilizzare il plurale permette unione, comunione. Il problema dell’uno diventa anche dell’altro. E’ questa la colla che permette alla navicella di stare unita. Ed è soprattutto questa unità che consente alle famiglie adottive di superare quel passaggio obbligato che consiste nell’aver elaborato il senso di perdita per il figlio desiderato e mai nato. Per essere disponibili verso l’altro bambino si deve prima aver superato il dispiacere di non averne avuto uno proprio. Ci deve essere l’accettazione della propria sterilità. Questo permette di accogliere il bambino adottato e non sentirsi salvatori o eroi per aver tolto dalla solitudine e dalla difficoltà un essere umano. Il noi, l’unità della coppia è pertanto un elemento imprescindibile.
Altro elemento importante è il carburante per la navicella rappresentato dall’accoglienza dell’altro ovvero dal rispetto per l’altrui personalità, dalla comprensione dei bisogni dell’altro. Possiamo comprenderlo bene attraverso la descrizione della parola “compatir” che gli autori trovano affissa nella bacheca dell’istituto dove era ospitato Miguel. Compatir sta a significare non solo condividere le proprie cose, ma “il proprio tempo, le proprie risorse, prendersi cura degli altri, non far finta di niente ma farci caso. Perché magari c’è uno che sta giù e c’è qualcosa che tu gli puoi dire o fare per tirarlo su o forse ha bisogno di aiuto o si sente triste…”. E’ quindi la capacità di aiutare l’altro, di capire il bisogno dell’altro. Senza empatia, senza alzare lo sguardo dal proprio ombelico, come dice il mio padre spirituale, non c’è coppia. E senza accoglienza non c’è famiglia.
Per far sollevare la navicella da terra, per vincere la resistenza della gravità c’è invece bisogno di una forza straordinaria: l’amore. Questo elemento viene descritto nel libro riportando uno stralcio della sentenza di adozione di Moises: “a volte l’amore deve avere le caratteristiche di colui che tutto copre, tutto crede, tutto spera e tutto sopporta ma che non avrà mai fine. Pertanto dovremo modellarlo in conformità alle leggi del Creatore”. Quando arriva un figlio, magari dopo una lunga attesa, si può correre il rischio di idealizzarlo, di pretendere inconsciamente di essere ripagati dei sacrifici compiuti, esigendo che siano esaudite le ambizioni dei genitori. Nell’ispirazione altruistica idealizzata si può celare un’insidia, ovvero la pretesa di eterna riconoscenza da parte di chi viene, per così dire, salvato. Non è assolutamente il caso di Christian e Michela ed è bello sia che loro abbiano riportato nel libro quella sentenza, ma soprattutto è bello che le autorità colombiane abbiano sottolineato come sia importante far sovrapporre le leggi dell’uomo a quelle del Creatore tracciando il sentiero che vede l’amore come luce per illuminarne il percorso. Un amore che è prima di tutto gratuito.
Ultimo elemento che vorrei evidenziare e che in un certo modo incorpora i precedenti, è la semplicità delle cose. Quante domande possono affollare la mente dei genitori nella notte che li separa “dall’appuntamento con la vita”, dall’incontro con il proprio figlio. Da quel momento in cui una foto “stropicciata” diventerà un bimbo in carne ed ossa. Ma quando una navicella ha tutte le caratteristiche fin qui descritte non ha difficoltà a raggiungere l’orbita prestabilita. Secondo me è il 5 giugno del 2016 a sancire l’ingresso nello spazio. Lo capiamo da un prato, da un pranzo al sacco, da una birra, dal compito di dover cambiare un pannolino al più piccolo o di far fare la pipi al più grande dietro un albero. Lo comprendiamo dalla semplicità di queste cose. Ovvero quando tutti i membri dell’equipaggio della navicella, tutti gli elementi della famiglia sono consapevoli che quel momento non potrebbe essere vissuto con nessun altro. Molti studi sui legami di attaccamento affermano che ciò che più conta sono i vincoli affettivi che si formano nel corso della convivenza. Pensate, ad esempio, che bambini scambiati alla nascita e restituiti poi dopo anni alla famiglia naturale, hanno preferito rimanere nella famiglia in cui erano stati collocati e cresciuti. Allora quando la coppia diventa famiglia, ovvero quel NOI cui facevo riferimento in precedenza, quando si riesce a compatir, ovvero ad accogliere e comprendere l’altro, donando quell’amore che nella navicella è facile dare e bello ricevere. Bene, è quello il momento in cui la convivenza perde il suo riferimento temporale: basta un semplice attimo e la navicella è finalmente entrata in orbita.
Concludo rispondendo ad una domanda che so essersi posta Michela riguardo a questo libro “i miei figli un giorno si vergogneranno di ciò che abbiamo scritto?”
Un aspetto importante dell’adozione è quello di non nasconderla ai propri figli. Agendo diversamente si corre il rischio di generare diffidenza, i figli possono sentirsi traditi. Questo, ad esempio, è quanto ha affermato una donna che a 15 anni, leggendo alcuni documenti che il padre teneva ben nascosti, ha scoperto di essere stata adottata. “La cosa che più mi sconvolse fu la menzogna nella quale ero vissuta fino ad allora, perché le persone che amavo e di cui mi fidavo ciecamente non avevano avuto il coraggio di dirmi la verità? Dopo quella scoperta non mi fidavo più di loro, tutto mi sembrava finto, mi sentivo senza radici e senza punti di riferimento.”
Voi, Christian e Michela, non solo avete raccontato i passaggi dell’adozione dei vostri figli rendendoli quindi consapevoli di quanto avvenuto. Voi siete andati oltre, esternando e manifestando l’immenso amore che provate per loro e di questo nessun figlio si potrà mai vergognare!
Buona navigazione o come dicono i velisti buon vento!

Debora Ribeca
(Psicologa)